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“Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti ma credibili.”
Rosario Livatino è un magistrato giovane e integerrimo, ma anche un fine giurista. Ha una forte tensione etica, una profonda sensibilità istituzionale e una costante attenzione al bene comune. “Quando moriremo non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili”. Conoscete questa frase? La frase è di Rosario Livatino, che è profondamente religioso. Nell’esercizio delle funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento, negli anni Ottanta conduce indagini sulla guerra di mafia a Palma di Montechiaro e sugli interessi economici e il sistema di corruzione in cui sono coinvolte le cosche agrigentine e parte della società civile della realtà di Girgenti. Per lui un magistrato non deve limitarsi a essere indipendente, ma deve anche apparire tale. Non ama le uscite pubbliche, sta lontano dal clamore mediatico: un atteggiamento che, unito alle sue inchieste e ai suoi processi, favorisce la decisione di ucciderlo perché ritenuto isolato.
E’ la mattina del 21 settembre del 1990. Una giornata particolare: il Tribunale deve decidere le misure di prevenzione da adottare nei confronti dei boss mafiosi di Palma di Montechiaro. Privo di scorta perché l’aveva sempre rifiutata, il 21 settembre del 1990 Livatino viene ucciso lungo la strada Canicattì-Agrigento; Paolo Borsellino fu fra i primi ad accorrere sul posto.
A ucciderlo, diranno i processi, è la Stidda, un’associazione criminale nata da una secessione dalla mafia di cui poi divenne anche nemica, molto attiva in quegli anni nel sudovest della Sicilia. Rosario Livatino aveva 38 anni, ed è il più giovane dei magistrati uccisi in ragione del loro servizio dalla mafia o caduti per mano terrorista. L’allora presidente della Repubblica, Giuseppe Cossiga, lo definirà il “giudice ragazzino”. La Chiesa cattolica lo beatifica nel 2018.