Felicia

impastato

“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare. ”

"Tenete alta la testa e la schiena dritta". Felicia Impastato lo diceva, sempre con un sorriso, a tutti quelli che arrivavano, da ogni parte, a casa sua a Cinisi. Arrivavano quasi ogni giorno, erano tanti, giovani e meno giovani che desideravano incontrarla. Quelle visite le facevano dimenticare gli anni in cui a trovarla erano in pochi. Raccontava di quel suo figlio coraggioso che aveva rinunciato al retaggio mafioso della famiglia, per combattere a testa alta e ad alta voce i mafiosi e i politici locali. Quando, la mattina del 9 maggio 1978, era stato trovato il corpo sbriciolato di Peppino (il cadavere fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida) Felicia si costituì parte civile: un modo per proteggere Giovanni, il figlio che le era rimasto, ma soprattutto per avere giustizia per la morte di Peppino. Felicia, con determinazione, fece emergere la matrice mafiosa dell’omicidio, riconosciuta nel maggio del 1984 anche dall’ufficio istruzione del tribunale di Palermo. 

Felicia-Impastato


Felicia-Impastato-foto-Pippo-Albanese


Lei, che era nata in una famiglia di piccola borghesia, si era sposata nel ‘47 con Luigi Impastato, un giovane appartenente a una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia del paese. Felicia non sopportò mai l’amicizia del marito con Gaetano Badalamenti, diventato capomafia di Cinisi; il contrasto tra i coniugi si acuì quando Peppino iniziò la sua attività politica. Felicia difese il figlio contro il marito anche quando questi lo cacciò di casa. Morto il marito in un incidente oscuro, dopo il ritrovamento del corpo devastato del figlio, Felicia fece ancora una volta una scelta radicale: ruppe con i parenti del marito che le consigliavano di non rivolgersi alla giustizia e scelse di appoggiare i compagni di Peppino, i soci del Centro siciliano di documentazione di Palermo, successivamente intitolato a Peppino, e, soprattutto, aprì la sua casa a tutti coloro che volevano conoscere Peppino.


Al processo contro Badalamenti, dopo ventidue anni dall’omicidio Impastato, con l’inchiesta chiusa e riaperta più volte grazie anche all’impegno di alcuni compagni di Peppino e del Centro a lui intitolato, con il dito puntato contro l’imputato e con voce ferma Felicia lo accusò di essere il mandante dell’assassinio.


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