Giuseppe
Di Matteo
Era appena adolescente, Giuseppe. Amava i cavalli e non perdeva occasione per frequentare il maneggio. Giuseppe era legatissimo al papà, Santino Di Matteo. Quel Santino ex mafioso tra gli artefici della Strage di Capaci, successivamente arrestato e poi diventato collaboratore di giustizia italiano.
Proprio a causa della collaborazione e testimonianza del padre al processo su Capaci, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Giovanni Brusca, tutte figure rilevanti e decisive di Cosa Nostra, decisero di rapire Giuseppe per lanciare un messaggio a Santino Di Matteo e a tutti gli altri pentiti. Così, il pomeriggio del 23 novembre 1993, all’età di dodici anni, Giuseppe venne avvicinato da un gruppo di mafiosi nel maneggio che solitamente frequentava e portato via.
I sequestratori, si travestirono da poliziotti della DIA, ingannando facilmente il ragazzino, che credeva di poter rivedere il padre, in quel periodo sotto protezione e non più in Sicilia.
Il rapimento fu lungo e difficile per il giovanissimo Giuseppe, che venne spostato diverse volte nel corso del 1994 in vari nascondigli nel palermitano, nel trapanese e nell'agrigentino, per finire, nell'estate 1995, rinchiuso in un vano sotto il pavimento di un casolare-bunker costruito nelle campagne di San Giuseppe Jato.
La fine arrivò quando Giovanni Brusca, latitante, venne condannato all'ergastolo proprio a causa delle informazioni fornite dal padre di Giuseppe Di Matteo. A quel punto fu ordinato a Enzo Brusca, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo di uccidere il ragazzo, che venne strangolato e poi disciolto nell'acido l'11 gennaio 1996, dopo venticinque mesi di prigionia.