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chinnici

“Io credo nei giovani. Credo nella loro forza, nella loro limpidezza, nella loro coscienza. Credo nei giovani perchè forse sono migliori degli uomini maturi, perché cominciano a sentire stimoli morali più alti e drammaticamente veri.”

C’è da dodici anni un giovane Pretore a Partanna, in provincia di Trapani, che amministra la giustizia – penale e civile – in mezzo alla gente. Gli piace il rapporto umano:  ascolta la gente, si confronta, è empatico ma giusto. Si chiama Rocco Chinnici.

Nel 1966 viene promosso. Arriva a Palermo, dove si è appena consumata la prima guerra di mafia e una breve tregua viene interrotta dalla strage di viale Lazio, nel ‘69. A partire dal 1970, Rocco Chinnici si occupa prevalentemente del fenomeno mafioso arrivando a comprendere l’esistenza dei legami internazionali e di quelli con ambienti politico-istituzionali dell'associazione criminale. L’attività di Rocco Chinnici non si esaurisce nelle aule di giustizia. Si impegna a sensibilizzare in senso antimafioso l’opinione pubblica e le istituzioni. Nel periodo del flagello dell’eroina la sua attenzione si rivolge ai giovani. Nei suoi intervalli di tempo libero partecipa a decine d’incontri di sensibilizzazione nelle scuole. 

Si batte, insieme a Gaetano Costa, perché venga riconosciuto il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e perché i giudici possano indagare e intervenire sugli ingenti patrimoni illeciti che la mafia gestisce. Una mossa rivoluzionaria è quella di creare nel suo ufficio dei veri e propri gruppi di lavoro, dando forma a quello che sarà poi definito “pool antimafia”.  Accanto a sé vuole due giovani magistrati: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

Con loro getta le basi per i più importanti processi di mafia degli anni Ottanta. Per tutti, il “Rapporto dei 162”, considerato il nocciolo del futuro primo Maxi-Processo. Sono le 8.05 di venerdì 29 luglio 1983 quando viene ucciso con un’autobomba parcheggiata davanti a casa sua, in Giuseppe Pipitone Federico. I 75 kg di tritolo uccidono, insieme a Chinnici, i carabinieri della sua scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Per pura casualità l'autista di Chinnici, Giovanni Paparcuri, sarà l'unico a sopravvivere.


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