Giovanni

Falcone

"Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".

Il sogno di Giovanni Falcone era intraprendere una carriera navale, ma il padre decise per lui che entrare nelle forze armate era la scelta più giusta e lo convinse a dedicarsi agli studi di Giurisprudenza, segnandone il destino. Falcone si laureò nel 1961 e iniziò a esercitare la professione legale prima di intraprendere la carriera di giudice, nel 1964. Visse la sua prima infanzia alla Kalsa, a Palermo. Aveva quattro anni, Giovanni, quando la zona in cui nacque venne  duramente colpita dagli attacchi aerei durante l'invasione alleata della Sicilia nel ‘43. La sua famiglia - il padre Arturo, la madre Luisa, il piccolo Giovanni e le due sorelle maggiori, Anna e Maria - fu costretta a trasferirsi per permettere la ricostruzione dell’immobile, quasi distrutto dalle bombe. A casa Falcone si respirava un’aria conservatrice e cattolica di grande rigore, ma già da adolescente Giovanni se ne allontanò, permeandosi di ideali di sinistra. Il suo era un ambiente tranquillo, ma bastava uscire da casa per ritrovarsi in una zona  in cui la mafia era sì quiescente ma presente. Tommaso Spadaro, un ragazzo con cui giocava a ping-pong nel quartiere ricreativo dell'Azione Cattolica, sarebbe poi diventato un noto contrabbandiere e killer mafioso. 

Rita, così si chiamava la prima moglie di Giovanni Falcone. I due si unirono in matrimonio nel 1964 dopo due anni di fidanzamento: nello stesso anno, Giovanni superò il concorso per entrare nella magistratura italiana. Dopo il matrimonio, Rita e Giovanni si trasferirono a Trapani, città in cui Giovanni aveva ricevuto un incarico importante per la sezione civile del tribunale. Il matrimonio entrò in crisi, fino alla separazione. Nel 1979, il giudice Falcone passò all’Ufficio Istruzione della parte penale e proprio lì venne affiancato da Paolo Borsellino, che conosceva dall’infanzia. Dieci anni dopo, nel 1983, nasce il pool antimafia: a cooperare nelle indagini furono Falcone, Rocco Chinnici, Giuseppe Di Lello e Paolo Borsellino (in seguito all’uccisione di Chinnici, verrà aggiunto Leonardo Guarnotta). 

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L’obiettivo dei magistrati era colpire duramente Cosa Nostra e ripulire la Sicilia dalla corruzione, facendo emergere non solo la manovalanza e i vertici della mafia, ma pure i cosiddetti “colletti bianchi” che la appoggiavano. Un lavoro duro, scomodo e pericoloso che non gli impedì di innamorarsi nuovamente, ricambiato, di Francesca Morvillo, brillante e giovane giudice. Eliminare Giovanni Falcone era divenuto, nel frattempo, l’obiettivo preminente dei mafiosi.  Il 23 maggio del ‘92 Falcone stava ritornando da Roma, come era sua abitudine nel fine settimana: ignorava (pur sospettandolo) che i suoi spostamenti fossero monitorati da alcuni boss, come Raffaele Gangi. Arrivato all’aeroporto, Falcone si mise alla guida della sua Fiat Croma bianca insieme alla moglie e, seguito dalla sua scorta, si immise sull’autostrada A29 verso Palermo. Alle 17:58, mentre le auto transitavano vicino a Capaci, ci fu l’esplosione programmata da Cosa Nostra ad opera di Giovanni Brusca, sotto il comando di Totò Riina: 1000 chili di tritolo, nascosti dentro dei fustini al di sotto dell’autostrada, detonarono. Fu una strage: ci furono feriti e morti. Antonino Montinaro, Rocco Dicilli e Vito Schifani, della scorta, morirono immediatamente.  Dopo una ventina di minuti Falcone, ancora vivo, venne soccorso e trasportato all’ospedale di Palermo. Morì quasi immediatamente sotto gli occhi dell’amico Paolo Borsellino. La moglie, la magistrata Francesca Morvillo, morì dopo qualche ora in sala operatoria. A lui sono state intitolare strade, piazze, scuole. All’uscita dell’autostrada Palermo Capaci è stato costruito un pilastro in onore a tutte le vittime che hanno perso la vita quel tragico giorno.


Le spoglie di Giovanni Falcone oggi riposano nel Pantheon dei siciliani illustri, all’interno della Chiesa di San Domenico, a Palermo.

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Fondazione Falcone

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